Articolo
tratto da Motociclismo.it
La Kawasaki
sfodera prestazioni da settemmezzo, ma la Honda regala una
guida da vera racing in pista. Su due circuiti e poi su
strada abbiamo messo a confronto tutte le 600 del 2005. La
Yamaha tiene testa, in alcuni frangenti, alla ZX-6R e alla
CBR600RR, mentre la Suzuki e la Triumph guardano più da
lontano.
Ecco in
anteprima la prova di tutte le 4 cilindri supersportive di
media cilindrata della produzione 2005: Honda CBR600RR,
Kawasaki ZX-6R, Suzuki GSX-R 600, Triumph Daytona 650 e
Yamaha YZF-R6.
Le abbiamo provate su ben 2 circuiti d’Oltralpe per le
sensazioni di guida avvalendoci di tutta la strumentazione
del nostro Centro
Prove per i
rilevamenti. E per non lasciare nulla al caso abbiamo
percorso centinaia di km su strada per un’analisi globale
delle caratteristiche dinamiche.

Sono sempre di più le ragazze appassionate di guida sportiva
e così ci siamo avvalsi della collaborazione di Alessia
Polita, promettente pilota che presto parteciperà al
campionato Europeo Superstock 600.
Questa comparativa è stata anche l’occasione per testare le
nuovissime Pirelli Supercorsa PRO in condizioni sia di
asciutto sia di bagnato.

Com’è andata? La Kawasaki vince il confronto su strada e sul
terreno delle prestazioni, ma la Honda sfodera una
ciclistica sopraffina che le permette di lottare al vertice
con la “verdona”. Per la Yamaha emerge un comportamento
sempre molto positivo, ma nessuno dei tester se ne è
innamorato.
Suzuki e Triumph chiudono con onore questa classifica ideale
mostrando a sprazzi peculiarità insospettabili.
Prima di
entrare nel vivo della sfida, vale la pena di soffermarsi
sulle sorprese tecniche che ci hanno riservato le
rappresentanti della categoria. Quelle positive riguardano
l’adozione di impianti frenanti radiali, la crescita della
qualità costruttiva e il prezzo d’acquisto che è rimasto
pressoché invariato. Quelle negative sono il generalizzato
aumento di peso, la perdita di coppia massima e la necessità
di raggiungere regimi di rotazione molto elevati per
mantenere sostanzialmente invariata la potenza massima.
Sommario
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Le normative antinquinamento sempre più
restrittive e la moda che impone lo scarico
sottosella sono le cause più probabili di questi
passi indietro. Ne è esempio la ZX-6R,
ingrassata di ben 7,8 kg rispetto al 2003. Ma
non sono meno paffutelle la Suzuki (+ 6,2 kg) e
la Yamaha (+3,6).
Solo la Honda (-3,8) ha
annullato il proprio difetto storico
allineandosi alle concorrenti, mentre la
bilancia rimane impietosa con la Triumph (191,4
kg). L’inglesona, in questa nuova versione di
646 cc, ha fatto un balzo avanti nelle
prestazioni pure, ma è rimasta al palo su tutti
gli altri fronti: la componentistica è datata,
le finiture sono solo discrete, il design è poco
accattivante. In compenso, la peculiarità dei
tubi freno in treccia aeronautica e del
cavalletto in alluminio denotano uno sforzo nel
migliorarla.
Sforzo non certo paragonabile a quanto fatto
dagli ingegneri Kawasaki: la nuova ZX-6R,
insieme alla Yamaha, è la 600 meglio rifinita.
Una moto che volta pagina col recente passato di
sportive (ZX-10R e ZX-6R vecchio modello)
volutamente “ruvide” fin dal primo impatto.
L’ultima nata è impeccabile negli accoppiamenti
delle plastiche e nella realizzazione delle
fusioni. Basti guardare le pedane o la piastra
superiore di sterzo. Senza contare la
componentistica che mostra, tra le altre cose,
dei dischi freno a margherita.
Ci sono alcune leggerezze come le ghiere di
regolazione del mono, il dado con coppiglia di
chiusura del perno ruota o la targhetta di
omologazione troppo in vista sulla trave del
telaio. Sono sbavature che vengono ampiamente
compensate da un eccellente lavoro complessivo.
Piuttosto sembra che chi ha curato il design si
sia piegato (forse troppo) alle mode del
momento. Per esempio il codino con uno scarico
sottosella quasi identico a quello lanciato due
anni fa dalla CBR600RR ci pare un autogol.
Oltretutto le forme così allungate e
tondeggianti delle carene - dichiaratamente alla
ricerca del migliore coefficiente aerodinamico -
hanno indubbiamente privato di personalità la
moto. Al punto che, di fianco alla nuova
Kawasaki, la CBR600RR sembra una moto di
cubatura inferiore tanto è compatta.
Il forcellone in alluminio della Honda, che
viene messo in risalto dalla sua colorazione
originale, rappresenta lo stato dell’arte anche
perché è impreziosito dal già noto sistema di
leveraggi ispirato a quello della RC211V. La
qualità dei componenti e gli accoppiamenti delle
plastiche sono molto buoni.
Di rivisto c’è il cupolino rialzato dove, tra le altre cose, ora è
alloggiata anche la luce di posizione. I
migliori risultati sono però nascosti sotto la
carena perché riguardano l’alleggerimento della
ciclistica e l’erogazione del motore. Le poche
pecche sono invece “a vista”: la pompa del freno
anteriore non è radiale (ma la frenata è ottima)
e la vaschetta del liquido del freno posteriore
non trova più posto sotto il codino.
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Mantiene invece i soliti standard qualitativi di eccellenza
la Yamaha che con la nuova R6 si fregia delle pinze
anteriori monoblocco con attacco radiale. Altre esclusive
come il processo di lavorazione dei cerchi e del telaio la
rendono l’unica 600 in grado di rimanere sotto la soglia dei
180 kg. I semimanubri sopra la piastra di sterzo, la cura
costruttiva delle pedane, la pregevolezza delle verniciature
e degli accoppiamenti sono superiori alle rivali.
La Suzuki resta un passettino indietro. Con la R6 e con la
Triumph Daytona condivide la presenza di un capiente vano
portaoggetti che, in tempo di scarichi alti, sta diventando
merce sempre più rara. E’ invece la sola moto a montare
l’ammortizzatore di sterzo, probabilmente per aiutare quote
ciclistiche davvero radicali (cannotto di sterzo inclinato a
23,25°).
Farebbe bene ad adeguarsi anche la Yamaha, che a
nostro parere è un po’ “nervosa”. La componentistica della
Suzuki, invece, è molto completa, mentre verniciature e
finiture appaiono buone. Peccato che il blocchetto di
accensione della moto non abbia il codice di riconoscimento
delle chiavi (problema comune alla Triumph) e che non sia
presente il parafango posteriore, come peraltro sulla
Kawasaki.

In pista è la
nuova ZX-6R, con i suoi notevoli ingombri generali e con
l’eccezionale potenza del motore, a tenere banco. Poco
reattiva ma straordinariamente solida di avantreno primeggia
rispetto alla concorrenza grazie a un motore esplosivo.
Presenta un’ottima posizione di guida ma il serbatoio è un
po’ largo, il manubrio lontano e il piano di seduta
leggermente infossato e molto imbottito. La CBR600RR ha la
capacità di far sentire “pilota” anche il motociclista meno
smaliziato. Sommario
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La testa che sbuca dal cupolino quando si è in piega; il
manubrio che sparisce da sotto il naso tanto è ravvicinato;
la sensazione di straordinario equilibrio tra avantreno e
retrotreno. Della posizione di guida abbiamo segnato due
difetti: poca abitabilità per i piloti alti e la sella
scivolosa.
La Daytona, al contrario, offre ampio spazio, ma
la sella e il serbatoio molto larghi riducono la velocità di
spostamento del pilota. Perfetta per ogni taglia la
posizione di guida di Yamaha e Suzuki che restano accomunate
(soprattutto la GSXR) da un eccessivo avanzamento delle
pedane.
La Suzuki si riconferma validissima di avantreno:
reattivo nello scendere in piega e coadiuvato da una
forcella che “lavora” bene anche in condizione limite,
mantiene la pecca di un appoggio apparentemente solo
discreto nei curvoni veloci.
Esattamente l’opposto della
ZX-6R che per giunta compensa quote ciclistiche “stradali”
con una forcella dalle prestazioni eccellenti.
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Altrettanti passi avanti li fa la CBR600RR che abbandona la
forcella morbida (tipica di casa Honda) in favore di una
sospensione finalmente adatta all’uso in pista. Il già
ottimo avantreno raggiunge così livelli di eccellenza nella
velocità di discesa in piega, nella capacità di chiudere la
curva e nella maneggevolezza.

Buona anche la stabilità.
Della Yamaha abbiamo riscontrato una forcella morbida nella
prima parte di corsa e una tendenza a sbacchettare nelle
uscite di curva più aggressive. Ciò non pregiudica l’ottima
precisione dell’avantreno in appoggio sia sul lento sia sul
veloce. La Daytona mostra caratteristiche simili alla R6: un
avantreno che tende ad alleggerirsi in accelerazione e una
forcella piuttosto cedevole.

In
pista è tuttavia meno lontana di quanto si pensi dalle
sorelle giapponesi. Anche l’impianto frenante, ad esempio,
benché tradizionale ha poco da invidiare a quello delle
rivali. Modulabile e potente sia all’anteriore sia al
posteriore, presenta solo una certa tendenza al fading.
E’
la Kawasaki regina in questo frangente: la linea lunga della
moto e la sella arretrata limitano i sollevamenti del retrotreno. C’è comunque un’eccellente frizione
antisaltellamento a prevenire eventuali scompensi di
assetto. Il doppio disco a margherita anteriore è
inattaccabile sotto tutti gli aspetti; quello posteriore è
invece insufficiente: scarsa forza frenante e leva che tocca
terra troppo presto. Yamaha e Honda si migliorano rispetto
al passato, ma il freno anteriore della CBR600RR è fin
troppo aggressivo, mentre quello della R6 è modulabile ma
non troppo incisivo.

Alla Suzuki resta solo il piccolo difetto della tendenza a
saltellare del posteriore. Ed è proprio al retrotreno che le
moto si differenziano maggiormente. La Yamaha sbaraglia la
concorrenza con un’esemplare trazione fuori dalla curve
nonostante l’ammortizzatore posteriore sia cedevole. La
Kawasaki migliora moltissimo nella progressività di azione
del monoammortizzatore, tuttavia non sempre riesce a
scaricare a terra i CV con la naturalezza della R6.
La Honda,
nonostante un “mono” piuttosto morbido, è a metà tra Yamaha
e Kawasaki, con punte di eccellenza in uscita dalle curve
strette, dove si è invogliati a spalancare il gas con
anticipo. E’ già nota la buona accelerazione fuori dalle
curve della Suzuki mentre Triumph, nonostante l’iniezione di
potenza, non perde il buon equilibrio complessivo a patto
che non si forzi eccessivamente, pena ondeggiamenti del
retrotreno.
L’inglesona
fa forza su 46 cc in più e su strada si gioca la vittoria
con la Kawasaki. La “schiena” della curva di coppia, che al
nostro banco annichilisce le giapponesi, qui si traduce nel
massimo relax di guida, pur se una certa ruvidità di
erogazione accompagna l’ascesa della lancetta del contagiri.
Due piccole pecche potrebbero essere il cupolino fumé e la
corsa lunga del gas. In compenso, il manubrio leggermente
rialzato, l’assenza di vibrazioni, il cambio migliorato e la
frizione dallo stacco eccellente sono validi compagni di
viaggio. Sommario

Tra le contendenti, è la Kawasaki a emergere su strada
perché monta il solo motore in grado di unire potenza e
coppia in un connubio perfetto, ma anche per la totale
assenza di effetto on-off (è l’unica!) quando si “pela” il
gas. Assecondano il viaggiatore l’ottima protezione
aerodinamica, l’accogliente posizione di guida, la buona
protezione aerodinamica e la sella ben imbottita. A voler
fare i pignoli abbiamo notato uno scalino del cambio tra 1°
e 2° marcia e poca visibilità della strumentazione in ogni
condizione.
Sembra invece di sedere su un asse di legno in
balia dei vortici d’aria quando s’impugna il manubrio della
CBR600RR. Tuttavia segna un netto progresso rispetto al 2003
grazie all’elevata linearità di erogazione del suo 4
cilindri. La Suzuki, pur evidenziando le pecche tipiche
della categoria, si guadagna un 6 in pagella grazie al
morbido comando gas, all’assenza di vibrazioni e alla buona
imbottitura della sella.
Di Yamaha è impossibile non notare un motore un po’ pigro ai
regimi medio/bassi che impone un frequente uso del cambio.
Cosa non proprio gradita: quest’ultimo presenta un’elevata
escursione della leva e una certa ruvidità ai bassi regimi.
Gli appassionati sceglieranno la loro preferita con il cuore
anche perché un’occhiata ai prezzi di acquisto mostra come
tutte non si discostino troppo dai diecimila euro: occorrono
10.580 euro per la Honda, 10.380 euro per la Kawasaki,
10.084 euro per la Suzuki, 9.900 euro per la Triumph e
10.170 euro per la Yamaha.
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