Triumph Speed Triple
messa a confronto con Ducati Monster S4 e Honda Hornet 900
Comparativa naked
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Due, tre e quattro cilindri: abbiamo
messo a confronto la Monster S4, la Hornet 900 e la Speed Triple 955i,
mettendone in evidenza peculiarità e destinazione d’uso. Belle, veloci,
divertenti, ma forse in qualche dettaglio ci si poteva aspettare di più
Le tre Maxi Naked su strada

Ducati Monster, Honda Hornet, Triumph Speed Triple: non era difficile prevedere
che anche nel settore delle moto svestite la corsa alle
prestazioni e alla cilindrata non avrebbe tardato a farsi serrata.
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Anche
se, va detto, tutto ciò va forse contro la logica che vuole
questo tipo di cavalcatura come un mezzo da avvicinare senza timori
reverenziali, per un utilizzo a tutto tondo che privilegi i brevi
tragitti e le strade tortuose.
Quindi, se le velocità medie di utilizzo
sono, tutto sommato, relativamente ridotte, perché cercare potenze
e punte velocistiche sempre più elevate? Tanto, senza un riparo
aerodinamico, quanti davvero hanno voglia di arrivare a vedere “quanto
fa”?
Ma queste sono elucubrazioni razionali, che probabilmente non
colgono il vero nocciolo della questione: le motociclette, soprattutto
alcune, parlano al cuore molto prima che alla testa, e nessun
motociclista è, almeno in fondo all’animo, insensibile al richiamo della
“belva”.
Ecco allora spiegata la ragion d’essere delle nostre tre
protagoniste, tutte dotate di propulsori di diretta derivazione
sportiva con potenze ben oltre i 100 CV, tutte votate all’agilità
e alla leggerezza, che si propongono, ognuna con la sua filosofia e il
suo carattere, come l’arma totale per il divertimento. |
La Honda, per la verità, tiene a precisare che la Hornet è pensata per
un utilizzo urbano, ma come illudersi che un motore ex-CBR 900,
accoppiato a una ciclistica guizzante, possa non stuzzicare le
peggiori fantasie motociclistiche? Noi, barbari, l’abbiamo buttata
ugualmente nell’arena con la tricilindrica inglese e la bicilindrica
italiana. Ecco cosa ne è venuto fuori.
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Dotazione e finiture



Viste da lontano sono, ognuna a proprio modo, tutte molto piacevoli,
di una bellezza costituita dall’armonia delle parti meccaniche che le
compongono. Le carrozzerie, giocoforza ridotte all’osso, rivestono un
ruolo importante ma non esclusivo nella definizione
dell’impatto estetico, in cui ovviamente tutta la meccanica acquista
un’importanza semplicemente fondamentale e diventa quindi difficile
scindere nettamente l’aspetto tecnico da quello visivo e
funzionale.

La Monster è l'unica a offrire di serie la frizione idraulica e il
cupolino. Notare la finezza della vite di spurgo sulla parte anteriore
della pompa del freno
In effetti le europee mostrano un livello di finiture e un gusto
del dettaglio superiore alla Honda, e anche a livello di dotazione
offrono, se non altro, un piccolo cupolino (accessorio a pagamento sulla
Triumph), un guscio asportabile che le rende monoposto e superiori
possibilità di personalizzare la risposta delle sospensioni. Non bisogna
tuttavia dimenticare che, benché a nostro avviso nessuna possa
definirsi a buon mercato, la Hornet ha l’indubbio vantaggio di costare
sensibilmente meno delle concorrenti, che superano in entrambi i casi i
10.000 euro, e anche di parecchio.

La strumentazione mista analogico-digitale della Speed Triple
proviene dalla Daytona. Piastra superiore e supporti del manubrio sono
impeccabili
Quindi ha senz’altro una sua logica la differenza di finiture
riscontrabili nella gradevolezza visiva e tattile dei particolari in lega
leggera (piastre, pedane, comandi) e le saldature del telaio. La Triumph,
però, risente decisamente di una sorta di “asimmetria” del
propulsore, molto pulito sul lato destro e assai più affollato di tubi e
cavi su quello opposto. Decisamente ben fatte, in ogni caso, le
verniciature tanto delle carrozzerie, quanto dei particolari meccanici
come telai e motori.
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Tecnica:
il motore

Tre motori, tre filosofie. Sono accomunati dalla distribuzione
bialbero a quattro valvole, dal raffreddamento a liquido e
dall’alimentazione a iniezione, eppure forse in nessun’altro
aspetto delle tre moto si evidenzia altrettanto bene la differenza di
carattere e filosofia che le caratterizza. La Ducati ha ereditato, pur
riveduto e corretto, il motore della 916, il bicilindrico nato per
le gare Superbike a metà degli anni Ottanta e impostosi sulle piste di
tutto il mondo. Le sue caratteristiche perculiari sono la disposizione
della V, con il cilindro anteriore quasi orizzontale per abbassare
il baricentro, il comando a cinghia dentata degli alberi a camme.
Ma il vero marchio di fabbrica è la distribuzione desmodromica, una
raffinatezza meccanica che, richiamendo direttamente in chiusura le
valvole, permette di fare a meno delle classiche molle elicoidali con
significativi vantaggi sulla precisione di fasatura, sulla rapidità
di apertura e chiusura delle valvole e sulla dissipazione di potenza per
aprirle ai bassi regimi.

Ultima particolarità, i cuscinetti di banco, costituiti da speciali
cuscinetti a rotolamento, invece delle ormai pressochè universali
bronzine. Decisamente più classico il layout del motore Honda, un
quattro in linea che unisce la semplicità delle scelte tecniche alla
raffinatezza di materiali e lavorazioni. Il propulsore di 919 cc,
utilizzato sulla CBR 900 RR fino al 1998, è stato ora dotato di iniezione
elettronica, probabimente per rispettare più facilmente le normative
antiinquinamento. Anche la messa a punto è stata rivista, con la
diminuzione di diametro farfalle e rapporto di compressione, e l’impiego
di alberi a camme meno spinti, per ottenere una migliore dolcezza di
erogazione.

L’unità Triumph, nata per la Daytona, è attualmente l’unico tricilindrico
in produzione di serie, e presenta diverse particolarità che si
sposano in modo assai logico con le peculiarità del frazionamento.
In particolare si nota un rapporto corsa-alesaggio non particolarmente
spinto, indice di un motore studiato per dare il meglio di sé ai
regimi cosiddetti medi, con una ampia banda di utilizzo, una buona
progressione ai bassi e discrete capacità di allungo. La costruzione,
comunque, segue i canoni classici del settore motociclistico, eccezion
fatta per i cilindri, che hanno le canne sfilabili bagnate
direttamente dal refrigerante.
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Tecnica: la ciclistica

Anche a livello di telaio le differenze sono notevoli. La Monster,
infatti, sfoggia uno dei capisaldi tecnici Ducati, il telaio a traliccio
in tubi d’acciaio, che costituisce una delle soluzioni più raffinate
(e costose) per coniugare leggerezza e rigidità. La bolognese, forse anche
per farsi perdonare il prezzo più elevato, è quella che offre di
più, almeno dal punto di vista formale, a livello di sospensioni, dove
mette in evidenza una forcella regolabile a steli rovesciati, un
monoammortizzatore completamente regolabile comandato da leveraggi
che permettono di variare l’altezza del retrotreno e raffinati cerchi a
cinque razze marchiati Marchesini. Completa i quadro l’impianto
frenante anteriore Brembo serie Oro, probabilmente il massimo che la firma
bergamasca offre per l’impiego su strada (anche se ci sarebbero
piaciute le nuove pinze a quattro pastiglie…).

Decisamente più spartana la Honda, dotata di una forcella tradizionale con
steli da 43 mm priva di qualsiasi regolazione, mentre il
monoammortizzatore posteriore, regolabile nel precarico, è comandato
direttamente dal forcellone senza alcun sistema di progressione. Il
telaio, seguendo la linea tecnica inaugurata con la Hornet 600, è
costituito da un trave sagomato che corre dal cannotto al fulcro del
forcellone, mentre un'altra "costola" prosegue a supporto della
sella e del parafango posteriore.

Anche in questo settore la Triumph si differenzia, proponendo uno schema
inconsueto di tubi in lega leggera sovrapposti, che rielaborano il
concetto di doppio trave caro al settore delle supersportive, ma
integrandolo con la funzione strutturale del motore, elemento
fortemente stessato. L’inglese, tra l’altro, si differenzia dalle altre
anche per essere l’unica dotata di forcellone monobraccio e ruota a
sbalzo.
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Comfort
e funzionalità

La premessa, ovviamente, è che nessuna delle tre nostre “candidate”
sia stata disegnata e prodotta puntando tutta l’attenzione alle doti di
comodità, se non altro perché, come impone l’essenza stessa del segmento,
il riparo aerodinamico offerto è davvero limitato. E se tutto
sommato la Triumph e la Ducati offrono un cupolino (non di serie
sull’inglese) per ridurre almeno in parte lo sforzo, la Honda (per
coerenza con la destinazione “cittadina”?) non prevede nemmeno questa
possibilità, lasciando esplicitamente all'estro del cliente la possibilità
di personalizzare la propia moto. La tre cilindri, comunque, offre
almeno il riparo del serbatoio, decisamente alto rispetto al piano
di seduta.

Le parti si invertono quando si prende in condiderazione la sella e la
postura: la Hornet offre un’imbottitura maggiore, un’accoglienza
adeguata anche al passeggero e una posizione di guida davvero
naturale. Meno ospitale la Triumph, che offre strapuntini corsaioli a
pilota e “secondo”, anche se sufficientemente imbottiti; il paseggero,
però, per appigliarsi in modo davvero saldo, deve abbracciare il
conducente. La Monster ha due facce: ospitale con il pilota sia per
imbottitura della sella, sia per posizione di guida (leggermente caricata
in avanti), richiede però una vera “prova d’amore” al passeggero, a
cui è riservata una porzione di sella davvero ridotta, per di più poco
imbottita e contenitiva. Ridotte in tutti i casi le vibrazioni,
quasi nulle sulla Honda e un po’ più avvertibili sulla Ducati, con la
Speed giusto nel mezzo.

Il ponte di comando della Hornet è il più semplice, ma, alla luce
della differenza di prezzo, ci può stare
La funzionalità generale è soddisfacente: le strumentazioni sono
sufficientemente complete (tachimetro, contagiri, spie e segnalazione
riserva), i comandi ben studiati (però Ducati è l’unica ad avere
frizione idraulica e due leve regolabili, mentre il comando frizione
Triumph è un po’ duro), i cavalletti laterali stabili e intuitivi.
A livello di angolo di sterzata, solo Honda fa bene: Triumph e
(soprattutto) Ducati costringono a numerose manovre in caso di inversione.
I vani portaoggetti sono un po’ una sorpresa: il telaio Honda
sacrifica molto dello spazio disponibile sotto la sella, sulla Monster,
addirittura, non è possibile stivare altro che ciò che fornisce la
Casa (attrezzi e documenti), mentre la Triumph, nel voluminoso
codone, offre un vano relativamente ampio e molto sfruttabile. Per
chiudere bene al primo colpo la sella o il guscio monoposto ci vuole
però un po’ di “mestiere”.
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Su
strada

Motori, telai, freni, posizioni in sella: le premesse per divertirsi
ci sono tutte. Anche con la Hornet, nonostante la destinazione d’uso
“utilitaria”, almeno nelle intenzioni di mamma Honda. E in effetti
le migliori soddisfazioni con la Hornet 900 si ricavano nello stretto,
nelle successioni serrate di curve non troppo veloci, e anche (perché no?)
nel traffico cittadino, dove la maneggevolezza da scooter e la
sincerità di risposta permettono di gestire traiettorie e correzioni con
la massima disinvoltura. Poi però c’è il motore: far finta di
niente davanti a tanta meccanica (esemplare per prestazioni massime,
regolarità e gentilezza di erogazione) non è da tutti, e quando scatta
il prurito alla mano destra è dura trattenersi, anche perché la
giapponese è prestante ma non mette in soggezione con reazioni brusche.

E quando si comincia ad andare forte, ma forte davvero (il motore non si
tira indietro!), la ciclistica fatica a stargli a bada: la ridotta
avancorsa e le sopensioni morbide sono poco adeguate a ritmi davvero
veloci, e anche i curvoni presi in pieno portano a ondeggiamenti,
mentre in staccata e in ingresso di curva la forcella molto morbida e poco
frenata affonda vistosamente arrivando in alcuni casi addirittura a
fondocorsa. La Ducati invece è, al pari della Triumph, decisamente
stabile alle alte velocità, anche se perde un po’ di feeling nello
stretto a causa di una certa tendenza a “cadere” all’interno della curva,
che bisogna contrastare dosando opportunamente il gas. La
sensazione è che i Michelin di serie siano i primi responsabili di questo
comportamento. Decisamente a punto di sospensioni (è la migliore
del lotto), la bolognese sul misto è comunque in grado, complice il motore
davvero generoso (un po’ irregolare ai bassi, ma corposo ai
medi e instancabile in allungo), di far vedere la targa anche a
ipercarenate da pista.

La frenata, grazie anche all’assetto rigoroso, è un riferimento. La
Triumph è un mondo a sé: è sgarbata, rabbiosa, a tratti insolente,
ma comunque efficacissima e precisa anche quando si tira sul serio. Il
motore, una goduria per chi ama sensazioni forti, permette, in
qualsiasi marcia e da qualsiasi regime, di ottenere una risposta pronta e
vigorosa all’apertura del gas. Anche i freni sono molto efficaci, e
l’anteriore unisce potenza e ottima gestibilità. Le sospensioni sono
piuttosto rigide, ma la forcella appare debole di molla e “legata”
di idraulica: nelle successioni serrate di curve toglie un po’ di feedback
al pilota. Per fortuna che le ottime Bridgestone BT 010 sono una garanzia. |
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prove su strada
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