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Se sfogliamo
il dizionario del bravo motociclista, alla voce sport
touring troviamo: È una sportiva con manubri un po’ più alti
e una protezione di buon livello, un motore un po’ addolcito
a favore della coppia e, magari, la predisposizione a
montare le borse laterali.
Eh no, cari
miei, troppo facile pensarla così. Costruire una sport
touring, in realtà, è molto più difficile che costruire,
chessò, una sportiva pura o una turistica tout court. Quando
un segmento è ben definito sai bene cosa vorranno i tuoi
futuri clienti: Sportiva? Tanti cavalli, poco peso ed
estetica racing. Turistica? Tanta protezione, ampie borse,
autonomia, comfort anche in coppia.
Basta fare il
compitino, attenersi a quei tre-quattro punti fermi ed il
gioco è fatto. Quando, invece, una moto di segmenti ne
abbraccia almeno 2, allora ti devi "sbattere" per far
contenti tutti e non è per niente facile, perché ti muovi su
un filo. Devi decidere se spingere sul lato sportivo o sul
lato turistico e il rischio di fare più scontenti che
contenti è tutt’altro che remoto.
Ducati ST3,
Triumph Sprint ST e Honda Vfr

Insomma, è la classica storia della coperta corta, tiri di
qua, si scopre di là. Sebbene però il clichè di una sport
touring sia più o meno definito (peso attorno ai 220-230 kg,
telaio di derivazione sportiva, carenatura sportiveggiante
ma protettiva, sospensioni con regolazioni limitate) è
interessante notare come dal lato motoristico ognuno vada
per la sua strada proponendo unità spesso originali
nell’architettura e nelle soluzioni tecniche.
Perché
questi motori devono saper far bene più cose, avere potenza
sufficiente per divertire nella guida a solo, tanta coppia
ai medi regimi per spingere con il carico e il passeggero.
Se poi consumano anche poco è ancora meglio. Così c’è chi si
affida al bicilindrico, come Ducati, chi da sempre pensa che
tre sia il numero perfetto come Triumph e chi di cilindri ne
vuole almeno quattro, come Honda.
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SOLO PER LORO La particolarità è che due di
questi tre motori non trovano altre collocazioni
se non sulle moto in questione.
Dopo aver creduto a fondo nel V4 nei primi anni
80 la Honda ha riservato questa pregiata
configurazione alla sola VFR privandola,
nell’ultima versione, dell’originale
distribuzione a cascata di ingranaggi,
compensata dall’arrivo del sistema di variazione
di fase V-Tec di cui la VFR resta unica
rappresentante tra le due ruote; un cambio
questo che, come vedremo, forse non è stato così
vantaggioso.
Dal canto suo Ducati sembra aver trovato la
quadratura del cerchio con il Desmotre, il nuovo
bicilindrico a tre valvole per ora prerogativa
della sola ST3.
CUORE DA SPEED Per Triumph, invece, la
modularità è sempre stata importante, per cui la
nuova Sprint ST monta lo stesso motore della
Speed Triple apparentemente depotenziato, di
fatto uguale visto che il banco ha dato
praticamente lo stesso risultato. Tre strade
diverse, dunque, per portare allo stesso
risultato.
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Intanto, visto che di sport touring si tratta, da sport
touring le abbiamo trattate, provandole prima in autostrada,
poi nel traffico e su un bel percorso misto di montagna,
guardando non solo come funzionano dinamicamente ma anche
l’utilità di certe soluzioni e cercando di sviscerare tutti
i loro segreti e magari di farvi capire quale tra le tre si
adatta di più alle vostre esigenze.
Pronti via, subito in autostrada a macinare un po’ di
chilometri. Insospettabilmente è la ST3 a fare la voce
grossa. Quasi incredibile che sia una Ducati la più
confortevole in autostrada ma è così. Se le prime ST erano,
infatti, più dedicate allo sport che al turismo, con la
seconda serie Ducati ha cambiato rotta andando in direzione
diametralmente opposta e cercando di soddisfare al massimo
chi viaggia. Più touring che sport, quindi. Non è un adone a
due ruote, diciamo la verità, ma quel mega cupolino rialzato
(visto dal lato pilota ricorda gli Italcaschi di antica
memoria) offre, quando si viaggia in crociera, una
protezione esemplare. La sella è morbida il giusto, a metà
tra l’imbottitura Honda e quella Triumph, il manubrio largo
e rialzato e l’impressione è quella di salire su una tedesca
più che su una italiana.
Clicca sulle
foto per ingrandirle:
Il Desmotre va che è una bellezza, è la giusta via di mezzo
tra il tiro ai bassi del due valvole e l’allungo rabbioso
del desmoquattro, fin troppo aggressivo per una moto come
questa. Poi è fluido, puoi scendere molto coi giri anche in
sesta per riprendere senza troppi problemi. Alla ruota si
hanno 104 cavalli buoni per tutto e sempre ben presenti per
assicurare la giusta grinta in caso di un sorpasso
dell’ultimo minuto. Rilassati senza accusare troppe
vibrazioni ne turbolenze, con la ST3 viene davvero voglia di
divorare le autostrade.
Peccato che gli specchietti (con l’utile lente convessa per
eliminare l’angolo buio) siano sì ben posizionati, ma
abbiano però un montaggio elastico fin troppo lasco che li
fa vibrare molto in velocità, vanificando in parte il loro
buon lavoro. Il pilota ha poi a disposizione un ponte di
comando molto completo, con il display che offre davvero
tante informazioni utili al viaggio tra cui anche il consumo
medio e istantaneo e l’autonomia residua. Purtroppo un così
bel giocattolo vede in parte limitata la sua utilità perché
non è comandabile dal manubrio, un peccato e da qualche
tempo anche un rischio di confisca che è meglio evitare.
Triumph
Sprint St

Lo stesso discorso vale per la Triumph, anche lei ha un bel
computer di bordo ma si comanda solo dal cruscotto e usarlo
in movimento riesce alla fine un po’ difficile. Tra l’altro
la Triumph ha qualche punto debole rispetto alle altre due
sul fronte delle finiture. La ST è l’unica senza immobilizer
e tra l’altro il blocchetto d’accensione da scooterino non
è, a mio parere, all’altezza della moto, così come qualche
filo volante di troppo o come il faro posteriore (lo stesso
della Speed) che pare messo lì per caso. In compenso è
l’unica ad avere uno sportellino a lato della carenatura
(anche se è apribile solo con la chiave) ed è furba l’idea
delle borse basculanti in modo che il loro peso influenzi il
meno possibile la guida.
Le borse sono poi perfettamente simmetriche così da poter
essere montate indifferentemente da un lato o dall’altro. La
loro apertura in compenso è molto macchinosa, così come
quella delle borse Ducati, del resto, che in più richiedono
ciascuna la propria chiave a loro volta differente da quella
di accensione, una cosa davvero inaccettabile su una moto di
questo prezzo. Molto più accettabile, anzi più che buono, è
invece il livello di comfort aerodinamico offerto dalla
Sprint il cui cupolino, in effetti, appare molto basso ma,
dato che sulla Triumph la sella è molto scavata, anche il
pilota è messo in basso. Così tutto si compensa e ci si
ritrova con una pressione del tutto accettabile su casco e
spalle, anche a velocità "proibite".
Ducati ST3

Il 1050 inglese, inoltre, è davvero superlativo, il migliore
per questo tipo di moto. E’ pieno da morire a tutti i
regimi, con un bel rumore e pochissime vibrazioni, un bell’allungo
e anche una cospicua dose di cavalli, che non guastano mai
(è il più potente del trio). Offre sempre tanta spinta e ci
vuol davvero poco a sfondare il tetto del ritiro patente se
non si butta spesso l’occhio sugli strumenti. In sella
all’inglese si gode dunque di una bella condizione, con una
posizione in sella corretta, anche se non capisco l’esigenza
di fare manubri così spioventi su una moto destinata anche a
stare tante ore in autostrada. Anche la sella non convince
del tutto. Ti ci accomodi sopra e ti trovi accoccolato come
sul divano di casa, ma l’imbottitura è fin troppo cedevole e
nella zona anteriore è anche poco spessa, così che ci si
trova ben presto in contatto con la parte dura sottostante
il che è un po’ fastidioso.
Già che stiamo parlando di comfort affrontiamo anche la voce
calore, che in questi mesi estivi diventa importante,
soprattutto quando magari si viaggia a rilento. La Sprint
meriterebbe un isolamento migliore, c’è un ricircolo
fastidioso di aria calda nella zona delle cosce del pilota
che alla lunga può infastidire, è la peggiore in questo
senso, perché il caldo non si avverte solo quando si va
piano ma anche quando ci si muove spediti. Un po’ meglio
sulla ST3, non del tutto esente dal problema più che altro
per la presenza del cilindro posteriore, che quando si fa un
po’ di coda si fa sentire parecchio. Così, alla fine, la
tanto bistrattata VFR (era sempre accusata di scaldare nella
zona della sella) è quella che meglio ha risolto il problema
risultando la più "fresca" delle tre. VFR che in autostrada
si trova un po’ ad inseguire le altre due e non solo perché
ha il motore più piccolo.
Honda Vfr

L’800 frulla bene, ha una buona spinta ai bassi, il Vtec
pare studiato apposta per far viaggiare fino ai 160 indicati
(classica velocità autostradale di crociera per queste moto)
con il motore che lavora ancora con due valvole chiuse
migliorando quindi i consumi. Ma un po’ per la cilindrata
minore, un po’ per i rapporti lunghetti obbliga senz’altro a
qualche cambio di marcia in più delle altre. Nella classica
prova di ripresa paga dazio a qualsiasi velocità anche se
questo, come sappiamo non è certo una discriminante per
questo tipo di moto. In sella è però quella con la posizione
migliore, un perfetto mix tra sportività e comfort, si sta
meno infossati che sulla Triumph, meno seduti che sulla
Ducati e anche se siamo ancora in autostrada si capisce
subito che la VFR è quella che darà meno impiccio quando ci
sarà da guidare davvero, anche perché è la più leggera delle
tre. Di contro, sebbene il cupolino sia correttamente
conformato e si allarghi a proteggere per bene anche le
spalle, la VFR era quella con le maggiori turbolenze a
livello di casco.
Fuori dell’autostrada le cose si ribaltano. Qualche
chilometro di traffico, dove abbiamo rilevato il problema
calore già citato ed eccoci su una di quelle strade che
tutti i motociclisti sognano. Una curva dietro l’altra con
asfalto eccellente, visibilità perfetta e carreggiata larga.
Il percorso perfetto per moto di questo tipo, che fanno
della bella guida stradale uno dei loro punti di forza.
Triumph Sprint
ST con valigie

La VFR tenta
di scappar via subito, è quella più leggera di tutte e
quella che quando guidi con il corpo offre la miglior
posizione di guida. Il suo equilibrio ciclistico è ancora un
riferimento lungi dall’essere raggiunto e tra l’altro
l’accoppiata con le Pilot Power non fa che rincarare la
proverbiale stabilità d’avantreno della 800 Honda. Il
profilo piuttosto aperto dell’anteriore francese rende
quindi l’avantreno della VFR un po’ meno svelto di quanto me
lo ricordassi. Ma è comunque un bel guidare, si pennellano
pieghe e contropieghe con una facilità disarmante e vien da
chiedersi perché Honda non abbia ancora ceduto alla
tentazione di portare a 1000 il V4 (riconfermata la
cilindrata 800 per il model year ’06).
Nulla da dire su telaio e sospensioni quindi (tra l’altro la
VFR è l’unica rimasta con il comodo pomello di regolazione
remota del precarico ammortizzatore) ma la VFR è costretta a
lasciare qualche punto sul campo a causa del V-Tec e del
sistema CBS. La taratura di entrambi i sistemi non è affatto
convincente soprattutto quando si guida la moto in modo
sportiveggiante. L’ingresso del V-Tec è, infatti, piazzato a
7000 giri, proprio in mezzo al range di erogazione utile
quando si guida su strade tortuose. In pratica si passa di
continuo dall’erogazione a due a quella a quattro valvole,
il che significa guadagnare o perdere 10 cv ogni volta che
si attraversa questa soglia. Questa specie di "entrata in
coppia" sulle prime può anche esaltare ma alla lunga
disturba un po’ la fluidità di guida e sinceramente dà un
po’ di fastidio. Si vorrebbe che le quattro valvole
entrassero o più in basso o più in alto, che a quanto pare è
proprio il risultato ottenuto sulla versione 2006 sulla
quale è stato proprio ritarato il V-Tec dopo che un po’
tutti se ne erano lamentati.
Il
cruscotto-strumentazione della Triumph Sprint ST

Il secondo appunto riguarda i freni; il CBS è una soluzione
senz’altro valida per il turismo, un po’ meno quando si
guida brillanti. Soprattutto la taratura del comando a
pedale, che agisce con troppa incisività sui dischi
anteriori, porta ad indurire la moto in ingresso di curva o
a "sporcare" la fase di piega quando ad esempio si pela il
freno per correggere la traiettoria. Cose che su strada
accadono spesso. Forse anche Honda si dovrebbe convincere,
come ha fatto BMW, che sarebbe meglio lasciare al pedale
l’azione sul solo disco posteriore.
Di contro è da 110 e lode l’impianto ABS (era l’unica in
prova ad averlo) che lavora come un fantasma, nel senso che
non lo senti ma c’è sempre. La sensazione alle leve è quella
di un impianto assolutamente normale e su asfalto asciutto
siamo arrivati a sollevare la ruota posteriore di quasi un
metro prima che entrasse in azione. Perfetto. Se fossero
tutti così…
I freni sono
invece il punto debole della Sprint, non tanto per la
potenza che è ottima (anzi il disco posteriore è il migliore
delle tre) ma perché accusano lo stesso problema che a suo
tempo avevamo rilevato sulla Speed. Troppo lunga la corsa a
vuoto della leva per offrire il giusto feeling (un problema
che pare risolto da Triumph grazie a nuovi spurghi). Nella
prima parte non succede praticamente nulla, poi la frenata
arriva un po’ improvvisa disturbando la linearità di
funzionamento. A livello di guida, invece, quando la strada
si fa mossa, la Triumph sfodera una buona propensione alla
guida veloce, senza tuttavia raggiungere l’equilibrio della
Honda. Il profilo svelto dei suoi Bridgestone la rende anche
più rapida della VFR a scendere in piega però il peso si
sente e l’inerzia nei cambi di direzione è ben maggiore
della rivale giapponese. Però tutto funziona come deve, e la
Sprint scorre in curva che è una bellezza con un buon
appoggio e sospensioni morbide ma funzionali. Alla fine ci
si riesce quindi a divertire parecchio, alla faccia del
peso, anche perché è la personalità del motore a sovrastare
il tutto.
Vista
trequarti posteriore della Sprint ST

Il Triple spinge sempre con il vigore di un toro e guidarlo
anche solo di gas (il cambio tra l’altro è un’altra vita
rispetto ai vecchi cambi Triumph) regala immensa
soddisfazione. Del resto basta guardare le curve del banco
per capire la forza del tre cilindri inglese: da 2.750 a
9.000 giri avete a disposizione sempre più di 9 kgm di
coppia alla ruota. Un buon equilibrio, dunque, ma quando si
vuole guidare in modo attivo, la Triumph soffre di una
posizione di guida un po’ troppo incassata con pedane un
pelo troppo avanzate che non facilitano gli spostamenti del
pilota. Insomma si è un po’ "incastrati".
Prima assoluta in autostrada, la ST3 soffre invece un
assetto fin troppo da "passista" quando c’è da guidare in
modo sportiveggiante. Sembra impossibile, visto che si parla
di una Ducati, ma è evidente che a Borgo Panigale hanno
preferito privilegiare l’indole prettamente turistica della
ST lasciando il fun-touring ad altri modelli della gamma,
Multistrada in primis. Questo non significa certo che la ST3
sia una mollacciona inguidabile, solo che rispetto alle
altre due ha una impostazione più rilassata. La posizione di
guida un po’ lunga e il manubrio molto largo e rialzato
fanno sì che quando si vuole guidare veloci si sia
invogliati più a starsene comodamente seduti che a spostarsi
con il corpo. Oltretutto si è portati naturalmente a
caricare poco la ruota anteriore per cui la ST3 si rivela un
poco sottosterzante, anche se l’ingresso in curva è
piuttosto preciso e nei cambi di direzione la ST3 è tutt’altro
che lenta (fa anche meglio della Sprint). Il motore invece,
è ottimo per ogni tipo di guida. Davvero ben riuscito questo
tre valvole che speriamo di vedere presto anche su altre
moto della gamma Ducati.
La Triumph
Sprint ST su strada

Restano da segnalare le croniche caratteristiche dei motori
Ducati come la frizione dura e il cambio dagli innesti un
po’ ruvidi e a livello di freni la ST3 non ha convinto
pienamente perché pur con una potenza e modulabilità degna
dei migliori impianti l’esemplare in nostro possesso era
afflitto da una fastidiosa vibrazione che si innescava in
frenata in coincidenza di una sconnessione dell’asfalto e
non smetteva finché non si rilasciavano i freni. Oltretutto
il freno posteriore è pressoché inesistente, buono al
massimo per una supersportiva, non certo per una moto di
questo genere. Vi siete fatti un’idea precisa dell’anima che
vive nelle tre moto? Abbiamo cercato di raccontarvele per
quello che sono. La scelta, a questo punto, tocca a voi.
Dati rilevati alla ruota
Ducati 104,4
cv a 8.910 giri, 94 Nm a 7.190 giri
Honda 98,2 cv
a 10.600 giri, 74,5 Nm a 8.870 giri
Triumph 115,6
cv a 9100 giri, 99 Nm a 7.800 giri
I consumi rilevati
Honda 250.3
con 18 litri = 13.9 km/litro
Triumph 239.1
con 16 litri = 14,94 km/litro
Ducati 223 con
14 litri = 15,9
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