Go your
own way: vai per la tua strada. È il claim della Triumph
nelle pubblicità. E la strada intrapresa dagli uomini di
Hinckley pare proprio quella giusta. Ormai la Triumph
(35.000 moto prodotte nel 2005) ha capito che la sua
identità è legata indissolubilmente a due soli tipi di
motori: bicilindrico per le classiche, tre cilindri per
tutto il resto. C’è da togliersi il cappello davanti ad
un’azienda che nel 2002 è stata messa in ginocchio da un
incendio e in soli tre anni ha sfornato 3 motori
completamente nuovi e aggiornato praticamente tutta la
gamma.
La Daytona Triple fa parte di questo nuovo corso. Finita
l’avventura con il quattro cilindri sarà lei a difendere
la Union Jack tra le sportive di media cilindrata, un
segmento che ormai parte dai 600 e arriva ai 750 cc. La
nuova mid-Daytona ha una cilindrata "anomala" e un
cilindro in meno della precedente, ma soprattutto ha
l’ambizione di offrire un punto di vista differente sul
modo di intendere una supersportiva.

Una moto
che secondo Triumph è incomparabile perché unica nel suo
genere, perché è nata principalmente per la strada
(sempre secondo Triumph) ma in pista non vuole recitare
il ruolo di semplice comparsa. Queste le dichiarazioni
fin troppo prudenti, forse, anche perché la Daytona è
dotata come una racer vera: ha misure sportive
(interasse 1392 mm, 23,5° di angolo cannotto e avancorsa
86,5 mm per un peso di 167 kg a secco), freni da
riferimento (pompa e pinze Nissin entrambi radiali con
dischi da 308 mm e nuovi pistoncini con trattamento
superficiale), sospensioni Kayaba (forcella da 41 mm).
In più offre la possibilità di regolare anche l’altezza
del retrotreno e di variare addirittura la posizione
dell’attacco del forcellone, roba che nemmeno le
supersport giapponesi d’ultima generazione possono
vantare. Alla faccia di una moto nata per un uso
principalmente stradale!!
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Al nuovo tre cilindri inglese piace essere preso
in mezzo. È a metà tra i bicilindrici e i
quattro ed ha una cubatura di 675 cc (metà tra i
600 e i 750 cc). Il cilindro in meno non lo
penalizza affatto sul fronte delle prestazioni
perché i tecnici inglesi sono riusciti a tirar
fuori ben 125 cv a 12.500 giri con una coppia
massima di 72 Nm a 11.750 giri, superiore quindi
a tutti gli attuali motori da 600/636 cc.
E se è vero che il motore Triumph ha i picchi di
potenza e coppia a un regime piuttosto elevato,
è altrettanto vero che già a 4.000 giri ha una
forza nettamente superiore ai quattro cilindri.
La Daytona non si fa mancare nulla: l’iniezione
ha corpi farfallati da 44 mm ed utilizza
iniettori di ultima generazione con 12 microfori,
il motore respira attraverso un airbox con presa
d’aria frontale piazzata nel centro del cupolino
e, come vogliono le ultime tendenze, c’è una
valvola nell’airbox per ottimizzare la
respirazione e una valvola sullo scarico per
riempire l’erogazione. Compressione altina
(12,65:1) angolo tra le valvole molto chiuso
(23°) e alberi su tre assi completano le
caratteristiche di questo "triple", non solo
molto compatto ma anche molto sportivo. |
Non mancano
il catalizzatore e il dispositivo d’aria secondaria che
fanno rientrare la Daytona nelle normativa Euro 3. Chi non
ne avesse abbastanza può anche montare (solo per un uso in
circuito) lo scarico completo in titanio che Triumph ha
studiato assieme ad Arrow e che fa dimagrire la Daytona di 7
kg, oltre ad aumentare la potenza di 5 cv.
Anche il telaio è completamente nuovo. L’immagine è quella
che da sempre contraddistingue i telai Triumph, ma siamo ad
una nuova generazione con i traversi superiori che
scavalcano la testa, riducendo drasticamente la sezione
della moto. La compattezza è stata un chiodo fisso dei
tecnici e le immagini mostrate in conferenza stampa
mostravano senza rischio di smentita che il nuovo telaio
poteva stare comodamente all’interno del vecchio (piuttosto
largo in verità) e che il tre cilindri potrebbe essere
contenuto all’interno del quattro.
Poi, in Triumph hanno coperto lo scheletro con un vestito
attillatissimo dalle linee slanciate e ne è uscita una moto
stretta come non mai (guardare la foto a fianco per
rendersene conto). Le premesse dunque sono buonissime,
perché la Daytona non punta solo sull’originalità ma non ha
paura di confrontarsi. I fatti le confermano appieno, dopo
aver volato fino a Sepang per provarla devo dire che i
10.390 € chiavi in mano mi sembrano soldi ben spesi.
IN PISTA
Dopo averla
vista ai saloni mi aspettavo che la Daytona fosse una delle
novità più interessanti del 2006, ora ne sono sicuro. La 675
è una sportiva con tutti i crismi, ma in perfetto stile
Triumph, e quindi con un carattere inconfondibile. Si
presenta subito bene. È elegante, ben rifinita, con qualche
tocco distintivo come la piastra di sterzo forata, le pedane
del passeggero, o ancora un cruscotto bello e completo, che
comprende anche un computer di bordo, l’indicatore della
marcia inserita, il cronometro e i led di cambio marcia. Ma
perché fare i led tutti blu? Si vedono poco, non era meglio
lasciarli come quelli della Speed?

Belle le superfici per telaio e motore, e belle le
verniciature. L'assenza di qualsiasi grafica contribuisce
all'eleganza della Triple inglese, oltre a far invecchiare
meno il modello nel corso degli anni. Ottimo anche l’impatto
visivo dietro al cupolino, senza fili o connessioni
elettriche a vista. Peccato solo per il blocchetto di
accensione, un po’ povero, non ci sarebbe stato male un
bell'immobilizer.
L'impatto con la moto è ottimo, come già rilevato al salone
la Daytona è davvero compatta ma soprattutto ha la vita
incredibilmente stretta, quasi a livello della magrissima
Ducati 749, tanto per citare la moto in assoluto più stretta
della categoria. C'è solo un pò più di "presenza" in mezzo
alle gambe cosa che a dirla tutta non mi dispiace affatto,
visto che trovo la Ducati fin troppo snella. E come la
Ducati anche la Daytona ha una luce a terra incredibile.
In sella ti trovi subito a tuo agio, gli svasi del serbatoio
sono perfetti così come la posizione delle pedane, né troppo
avanti né troppo indietro e, nonostante le dimensioni
contenute, in sella c’è il giusto spazio anche per chi è
alto che può arretrare a dovere. Il plexiglass piuttosto
bombato e rialzato promette, e mantiene, una protezione
dall’aria di livello superiore alla concorrenza. E poi ci
sono due semimanubri non molto spioventi e piuttosto larghi
che consentono di timonare la moto con minor impegno fisico.

La Daytona è altina di sella e piuttosto puntata sul
davanti, come una vera racing (e dire che tutti gli uomini
Triumph continuano ad affermare, a ragione, che la Triple
non è una moto solamente da pista...). Dal concessionario la
troverete equipaggiata di serie con i nuovi Pirelli
Supercorsa Pro in versione stradale (ovvero non in mescola)
a garanzia di un gran grip.
Dover trovare un elemento che spicca sugli altri, con la
Daytona è una faccenda piuttosto difficile. È l'amalgama tra
motore e ciclistica a conquistare. Un mix che regala alla
sportiva Triumph tanta sostanza e un carattere assolutamente
unico. Senza dimenticare, però, le prestazioni che su moto
come questa si sa sono fondamentali. Il piccolo Triple
mostra di essere nato bene; non soffre assolutamente di
complessi d’inferiorità rispetto ai quattro cilindri e,
anzi, aggiunge un’erogazione semplicemente fantastica. Da
Triple, appunto. Sono sempre stato un estimatore dei tre
cilindri inglesi per la loro pienezza d’erogazione, ma
temevo che scendendo di cilindrata si perdesse un bel po’ di
grinta ai medi a favore di un’erogazione più appuntita per
cercare i cavalli. Invece, il 675 Triumph riesce a unire le
due cose alla perfezione.
Se ci si limita a guardare la scheda tecnica non si resta
tanto impressionati: potenza e coppia massima arrivano a
regimi molto elevati ma è quello che succede "sotto" che fa
la differenza con le altre medie, perché la curva di coppia
(almeno a vedere i grafici del banco mostrati in conferenza
stampa) è piattissima. Del resto basta guidarla per
accorgersene, una volta fatto l’orecchio al tre cilindri
(che a Sepang, in pista, rombava godurioso attraverso lo
scarico Triumph offerto in optional). Ci si accorge che non
occorre avere il motore a regimi siderali per uscire forte
dalle curve e che i tempi danno ragione alla sportiva di
Hinckely.

L’erogazione è talmente lineare e fluida che alla fine ti
sembra di andare piano, ma mai come in questo caso le
apparenza ingannano. Sepang è una pista con spazi immensi e
qui ti sembra di essere sempre lentissimo, almeno finché non
guardi le velocità; la stessa sensazione l’avevo avuta con
la 636 Kawasaki, quando la provai qui nel 2003.
La Daytona spinge forte già dai 5-6.000 giri e porta fuori
rapidamente dalle curve con una spinta sempre corposa senza
particolari picchi. A 8.000 c’è un piccolo cambio di
carattere, a 10.000 un secondo incremento di potenza che
porta la lancetta rapidamente ai 13.500 giri, regime a cui è
stata tarata l’accensione dei led sul cruscotto (tarabili
comunque a piacimento dall’utente) e che si rivela il
corretto regime di cambiata. A differenza di altri Triple
del passato, però, il 675 non finisce li, ma ha anche un
allungo deciso e consistente che si protrae fino ai 14.000
indicati (limitatore 14.300 circa) senza che il motore
accusi cali consistenti, il che consente, quando serve, di
tenere la marcia tra una curva e l’altra senza sprecare
tempo in cambiate inutili.
E se le sensazioni possono essere tradritrici, i numeri non
mentono; sebbene gli uomini di Triumph considerino la loro
moto talmente diversa dalle altre medie da essere
incomparabile, gli farà certamente piacere sapere che i
tempi fatti segnare dalla loro "stradale" Daytona Triple
sono praticamente gli stessi della supercattiva 636 che
provai qui tre anni fa (2.23.8 con la Kawa, 2:24 con la
Daytona) tenendo conto che nel 2003 ebbi due giorni a
disposizione per imparare il circuito, contro i soli 5 turni
di quest’anno. E anche le velocità indicate in fondo ai
rettilinei sono davvero poco differenti. Come a dire,
insomma, che la birra a questa Triple non manca proprio.
Anche perché, come detto in precedenza, è l’equilibrio il
suo punto di forza.

La nuova ciclistica regge il passo con il motore. La Daytona
ti mette a tuo agio sin dai primi metri. In una parola è
facile. Il profilo aperto delle Pirelli rende la guida molto
tonda e rassicurante anche se la maneggevolezza non è da
riferimento. Complice anche un baricentro piazzato
leggermente in alto, la Daytona è molto svelta a scendere in
piega e trova immediatamente la traiettoria voluta senza mai
richiedere una correzione, ma nei cambi di direzione
richiede un minimo di forza fisica in più delle concorrenti.
In compenso la stabilità è da riferimento, le sospensioni
tarate sul rigido ma molto efficaci e scorrevoli assicurano
un feeling di guida notevolissimo: mai una sbacchettata, mai
un accenno di nervosismo. Anche quando si comincia a guidare
più "impiccati" forzando le staccate fin dentro la curva, lo
sterzo resta sempre saldo dando al pilota tanta fiducia. La
trazione è notevole e anche l’assetto studiato dai tester
Triumph per Sepang (poco più rigido di quello standard) si è
rivelato perfetto. Ho rilevato solo qualche piccolo
pompaggio del retrotreno quando ci si dava dentro davvero,
situazione rimediabilissima chiudendo di qualche click la
compressione dell’ammortizzatore per adattare l’assetto al
mio peso (80 kg, rispetto ai 62 del collaudatore… Troppo
panettone, Cordara?).
Lo stesso dicasi per la frenata, dove il "tutto radiale"
Nissin si è dimostrato a livelli d’eccellenza. L’attacco non
è da cappottamento (ottimo, quindi su strada) ma l’impianto
merita la lode per la potenza e per una gestione della
frenata assolutamente millimetrica. Inoltre, nonostante il
caldo della Malesia, l’impianto non ha mai dato nemmeno un
segno di cedimento, e la leva è rimasta sulla più vicina
delle sei posizioni disponibili per tutto il test. Inoltre,
la Daytona ha mostrato di non sentire l’esigenza di una
frizione antisaltellamento restando piacevolmente in linea
anche nelle staccate più furiose.
Le uniche due cose su cui mi sento di sospendere
momentaneamente il giudizio sono il cambio e le vibrazioni.
Il primo non ha reali problemi, ha corsa piuttosto corta e
non manca un aggancio ma è un po’ "legnoso" e manifesta
qualche scalino quando stressato nell’uso in pista
soprattutto quando s’innesta il rapporto superiore senza
frizione. Diciamo che è migliorabile nel feeling. Le
vibrazioni compaiono oltre quota 8.000 principalmente su
manubrio e sella a livello comunque non fastidioso.

Perché sospendo il giudizio? Perché le moto provate erano di
preserie (le primissime uscite dalla catena di montaggio) ed
avendo avuto modo di guidarne diverse ho trovato che cambio
e vibrazioni erano sensibilmente differenti da moto a moto,
segno che con la produzione definitiva e con il passare dei
km (le moto erano molto nuove e quelle con percorrenza
maggiore andavano meglio delle altre) queste potrebbero
anche sparire. Anche nel peggiore dei casi comunque sia
cambio che vibrazioni erano più che accettabili. Una bella
moto in pista, dunque, alla faccia di quanto affermano forse
con eccessiva prudenza gli uomini di Hinckley. Ma su strada?
Fuori dai cordoli la Daytona sa fare anche meglio.
Guidare per le strade malesi non è certo il massimo, ma la
Daytona meritava assolutamente la prova, anche perché è su
strada dove la Triple inglese sa fare davvero la differenza.
Un giro di 160 km con mucche, carretti e lucertoloni ma
anche con qualche bel tratto guidato ha messo in evidenza le
spiccate doti stradali della triple inglese, che comunque
resta una sportiva vera con una posizione molto caricata sui
polsi alla lunga un po’ affaticante. Per la prova stradale
abbiamo trovato le Daytona con scarico omologato e assetto
standard, ma la solfa non è cambiata. Abbiamo ritrovato un
assetto perfetto, freni ottimi (anche il posteriore) una
gran facilità di guida e un manubrio che rimane impassibile
anche quando si trova asfalto sconnesso in piena piega. E
abbiamo trovato anche un cambio che su strada funziona bene.
E che motore! Curve e tornanti sono il suo pane quotidiano.
Ha un’ottima iniezione ed una risposta all’acceleratore
pressoché perfetta. Lo guidi molto con il gas, poco con il
cambio. Tra i 5.500 e gli 8.000 giri c’è già tutta la grinta
che serve per viaggiare come un treno in assoluta
scioltezza, senza dimenticare si hanno ancora 6.000 giri
buoni da utilizzare.

E finisce che, anche nel misto, si viaggia sempre con marce
sopra la quarta. Se capita il camion da 70 all’ora non
occorre nemmeno scalare basta dare gas e si fila via in
scioltezza. Un paio d’appunti vanno all’utilizzo pratico con
il vano sottosella che offre spazio al massimo per un
bloccadisco di quelli piccoli, e per un certo calore
avvertibile dalla zona centrale, proprio sotto la sella del
pilota con il telaietto reggisella che dalla parte destra
scalda molto in corrispondenza della zona del fissaggio
dello scarico. Una situazione, purtroppo, comune a tutti gli
scarichi alti.
Alla fine dei conti mi sento di promuovere pienamente la
Daytona, e di dare ragione alla voglia di originalità della
Triumph. Efficace in pista e goduriosa su strada (dove
finiscono il 90% delle supersportive vendute), questa
Daytona rappresenta un'ideale anello di congiunzione tra le
600 e le 1000 cc, e potrebbe anche mettere la pulce
nell’orecchio a qualcuno che vuole divertirsi in pista con
una moto agile ed efficace ma vuole anche un motore "coppioso"
da usare su strada. Se siete tra quelli, fateci un
pensierino serio a questa Triumph non ne rimarrete certo
delusi.
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