L’ultracentenaria storia della Triumph iniziò
addirittura nel remoto 1889 con le biciclette, per
esordire nel 1902 con la "N°1", una bici con motore da 2
cv o poco più. Da allora, la prima Triumph della gamma
Tiger doveva comparire nel 1937. Era una T100, per
l’esattezza, ed era un modello prettamente stradale.
Dopo di essa, il nome "Tiger" rimbalzò quà e là su
modelli di tipo e cilindrate decisamente variegati:
dalle versatili Tiger Cub ("cucciolo di tigre"),
monocilindriche a 4T da 200 cc proposte in varie salse
stradali e scrambler (con qualche declinazione perfino
trialistica), alle celeberrime bicilindriche
frontemarcia da 350, 500, 650 e 750, generalmente
stradali (a parte la TR7 Trail dei primissimi anni
ottanta), fino alle Tiger della rinascita, cioè dai
primi anni novanta ai giorni nostri, tutte con motori a
3 cilindri: dalla squadrata 885 del ‘93 alle
tondeggianti 900 del 2001 e alle ultime 955 a iniezione
che tutti conosciamo. Io in particolare, che ne sono
sempre stato attratto, e che quest’anno me ne sono
finalmente comprata una.
|
|
Ma questo fine 2006 segna il momento della
svolta: si abbandona la cosiddetta "filosofia
on-off", e si torna all’asfalto tout court con
la nuovissima Tiger 1050, che ho appena provato
in Spagna, nei dintorni di Malaga. Con una
considerazione strettamente personale: in
Triumph sottolineano che questa Tiger è
un’evoluzione del modello uscente. Sarà, ma tra
le due non c’è una vite in comune, e cambia pure
la filosofia di modello, quindi parlerei più che
altro di una vera e propria rivoluzione.
Inizia una nuova era per la tigrotta inglese,
dunque. E devo dire che, pur continuando ad
apprezzare molto la mia - anche perchè, lo
sottolineo, appartiene ad un segmento differente
(non a caso posseggo anche una vecchia,
vissutissima Transalp) – mi tolgo tanto di
cappello dopo aver provato la sua erede dal
piglio piuttosto aggressivo. Che in realtà ha un
telaio evidentemente derivato da quello della
Speed Triple, seppur con quote meno estreme.
Vediamo le differenze: l’inclinazione del
cannotto della Tiger 1050 è di 23,2°, contro i
25,8° della 955 e i 23,5 della Speed, con
rispettivi valori di avancorsa di 87,7 - 87,9 –
84 mm; e con interassi di 1.497, 1.515 e 1.429
mm. Il forcellone della New Tiger, bello e ben
fatto, è molto simile a quello della Daytona
675, quindi fa storia a sè, e agisce su un
ammortizzatore con regolazione idraulica del
carico molla (ma senza manettino: ci vuole un
cacciavite) e dell’estensione. L’escursione da
200 mm della "endurona" scende quindi a 150
(140, sulla Speed Triple), giusta via di mezzo
per una moto del genere. |
E davanti c’è
una Showa a steli rovesciati, (regolabile in precarico,
estensione sullo stelo sinistro e compressione sul destro)
ma da 43 mm Ø contro i 45 della Speed; e anch’essa con 150
mm di escursione, contro i 120 della Speed e i 170 della
Tiger 955. Quanto al materiale rotabile, i cerchi in lega da
17" hanno le medesime misure della sorellina naked con gli
"occhiali": 3,50 anteriore e 5,50 dietro, ma con radiali
Michelin Pilot Road. Nulla a che vedere, dunque, con le
ruote della "mia" moto: 2,5x19" davanti, 4,25x17", e gomme
"ibride" Michelin Anakee da 110/80 e 150/70. Per non parlare
dei freni: qui siamo a livello Speed Triple, con due dischi
anteriori da 320 mm e pinze radiali 4 pistoncini, e
posteriore da 255 (220, sulla Speed) e pinza a 2 pistoncini.
Tutto materiale Nissin, che francamente mi fa abbastanza
gola.

Sotto al
telaio troviamo il formidabile triple in versione da 1.050
cc, naturalmente omologato Euro 3, che eroga 115 cv a 9.400
giri (contro 128/9.100 della Speed, 123/9.250 della Sprint
ST, e i 105/8.900 della vecchia Tiger), e con 100 Nm di
coppia a 6.225 giri: in questo caso, siamo a 105/5.100 per
la Speed, 104/5.000 per la Sprint, 98/5.700 per "nonna"
Tiger, che evidente si difende ancora più che bene. Il
motore gode di una nuova centralina Keihin con ECU dalla
memoria raddoppiata, quindi più rapida e precisa nei calcoli
- verrà adottata su tutti i modelli con lo stesso motore -
consentendo di diminuire i consumi alle alte velocità ben
del 30%. Bene, se lo sproloquio tecnico/numerico vi ha
lasciati indenni, ora passiamo al resto.

Il progetto "Tiger
Evolution" ha preso vita nell’agosto 2003 a livello
concettuale. Dopodichè, assieme agli amici di Marabese
Design, l’ottobre successivo iniziò lo sviluppo stilistico,
che nel luglio 2004 venne definitivamente deliberato per dar
vita nel marzo 2005 alla prima moto funzionante, e ai
relativi collaudi terminati pochi mesi fa. Ci si attendeva
una moto vicina al prototipo Tiger Sport ideato e suggerito
a John Bloor (il "signor" Triumph) qualche anno fa dal
compianto Carletto Talamo (ex-importatore Triumph in
Italia), poco prima dell’incidente dove perse la vita.
Questa Tiger 1050, in effetti, un po’ ci si ispira, ma solo
a grandi linee. Siamo al cospetto di una moto tuttofare -
una "Urban Sport Tourer", come viene definita ad Hinckley -
molto facile da usare, con una buona autonomia garantita dal
serbatoio da 20 litri in acciaio (il mio ne tiene 24, però è
di plastica, quindi niente borse magnetiche...) e
sospensioni confortevoli. Una moto il cui peso a secco
dichiarato è di 198 kg (17 meno della 955), quindi non
troppo impegnativa da questo punto di vista.

La sella è
apparentemente bassissima, perchè si presenta molto
infossata e col codino all’insù: in realtà siamo a 83,5 cm
da terra, contro gli 84 di quella del vecchio modello
sistemata in posizione più bassa, ma è comunque
favorevolmente sagomata per poggiare bene i piedi a terra.
Qui non esiste regolazione in altezza, ma sono previste una
sella più bassa e una più alta di un paio di cm. Così come
si potrà scegliere una serie di accessori per tutti i gusti:
motovaligie rigide impermeabili, oppure morbide da città;
sella Comfort con imbottitura in gel, manopole riscaldabili
e parabrezza maggiorato per i turisti; parafango anteriore
in carbonio e marmitta "libera" (ma uguale all’originale)
per i più "caldi". E non è tutto, perchè poi abbiamo borse
da serbatoio e da sella, cavalletto centrale (bleah!),
antifurto imobilizer, GPS e altro ancora.

La
realizzazione della nuova Tiger è molto curata, non si
notano cablaggi disordinati, e sull’ampio manubrio cromato
troviamo una pompa freno con serbatoio separato e leve
regolabili, anche per la frizione, nonostante non sia
idraulica. Bello il cruscotto, evidentemente estrapolato da
Speed Triple e Daytona 675, e ricco di informazioni: oltre a
velocità, giri e chilometraggio, infatti, abbiamo
temperatura dell’acqua, orologio, due trip parziali,
autonomia residua, tempi di percorrenza, velocità media e
massima e consumi istantaneo e medio. Che desiderare di più?
Quanto ai colori, la scelta è tra il classico nero (Jet
Black), il Caspian Blue, un abbacinante Fusion White e lo
Scorched Yellow, tipo Daytoncina. Il prezzo della Tiger 1050
è una piacevole sorpresa: 10.300 € su strada, molto
interessante per un prodotto di questo livello e cilindrata,
che troveremo dai concessionari giusto in tempo per un bel
regalo di Natale. E a febbraio arriverà la versione con ABS,
a 11.200 €, sempre "chiavi in mano".
Siamo andati
a rischiare il diluvio in Spagna, precisamente a Malaga, per
provare questa interessantissima proposta britannica su un
percorso che porta alla cittadina di Ronda attraverso una
splendida strada di montagna, dove già si svolse il test in
anteprima della Kawasaki Z750. L’acqua l’abbiamo evitata per
pura fortuna, di conseguenza io e gli altri soggetti
pericolosissimi (cioè quelli che si divertono a scrivere quà
e là le proprie impressioni di guida sulle motociclette in
prova) ci siamo divertiti proprio tanto. Peccato mancasse
Cordara, un tipo che conoscete bene, e noto per non essere
assolutamente competitivo...Del resto, gli è toccata la
Yamaha R1 in Qatar, e la formula dell’ubiquità non l’ha
ancora messa a punto bene...

La nuova
Tiger non mi aveva colpito granché a prima vista, più che
altro per quella accentuata infossatura centrale che sembra
causata da un grosso masso precipitato sulla sella
dall’alto, tipo Wilcoyote. Ma forte della mia ferrea regola
ormai nota a chi mi conosce (cioè "prima si prova, poi si
parla"), ho soprasseduto al primo giudizio estetico per
gustarmi questa moto dalla quale in ogni caso mi aspettavo
molto. E a ragione. Intanto in sella ci si trova subito ben
sistemati, con tutto a posto e un bel manubrio largo il
giusto per tenere sotto controllo il mezzo.
Il rumore roco del grosso tre cilindri (il mio motore
prediletto da sempre, assieme al V4) ovviamente mi ha fatto
sentire a casa fin da subito, e dopo cento metri dalla
partenza mi sembrava di aver già capito tutto. Sterzo ce n’è
a sufficienza per ogni manovra, i piedi toccano terra bene
(io ho le gambe lunghe, comunque), la frizione è morbida e
precisa, e il cambio solo un po’ ruvido quando si marcia
piano, poi si "scioglie" per benino. Manco a dirlo, anche
con questo motore si riesce a marciare anche a meno di 1.000
giri in sesta e poi riprendere senza la minima incertezza.
Tant’è che, una volta svicolati dal traffico intenso e
iniziate le curve, ho percorso come al solito un bel po’ di
chilometri proprio in sesta, tenendo tranquillamente il
passo allegrotto del resto della truppa, guidato come al
solito da un leader col "minimo alto" (stavolta si trattava
di Simon Warburton, Product Manager di Triumph).

La nuova
Triumph si guida bene, è precisa, facile e sincera: ti aiuta
a correggere eventuali errori, e le sue Pilot Road ti
lasciano tranquillo anche quando il fondo stradale non è
proprio perfetto, reggendo poi ottimamente anche quando
diventa bello. La ciclistica è equilibrata dunque, e la
taratura delle sospensioni mi è piaciuta perchè, pur essendo
piuttosto morbide, anche quando si alza il ritmo non
disturbano affatto. A meno che non si arrivi impiccati in
ingresso di curva attaccandosi ai freni anteriori per
correggere un accenno di "lungo", e allora la forcella
chiede un po’ di freno idraulico in più. Altrimenti abbiamo
un buon compromesso anche per gli asfalti brutti, senza
sentir la moto andare a spasso per conto suo sulle buche.
Qui si può parlare a ragion veduta di "staccatone", perchè
con quei freni anteriori potenti ma molto ben modulabili è
una vera pacchia. Anche il posteriore non è male (su certe
Triumph bisognava prenderlo a calci per rallentare un
minimo), è potente il giusto se si guida normalmente; però
viaggiando forte, specie in discesa, arriva a bloccare
abbastanza presto. Ciclistica globalmente sana, insomma, con
cui sul misto ci si muove senza alcuna fatica, e pure sul
veloce la moto rimane solida e sempre stabile. E il motore,
dolce e possente com’è, è davvero adatto a tutti, oltre che
un bijoux per chi non tollera le vibrazioni: le sue curve di
erogazione sono esemplari, e da meno di 1.000 quasi fino a
limitatore (10.200) è tutto grasso che cola.

La velocità
massima non è elevatissima: 220 orari effettivi, rilevati in
omologazione, che comunque per me sono più che sufficienti.
Personalmente ho letto 230 a 9.000 giri sugli strumenti,
guidando in posizione eretta, mentre la moto dotata di
scarico libero – splendida voce, e motore più pronto subito,
ma un po’ meno meno dolcezza ai bassi – ha superato i 240;
però poi il motore faceva un po’ "muro", probabilmente
perchè la mappatura dell’elettronica non era stata adeguata
allo scarico.

E la
protezione aerodinamica? Molto buona, direi: col plexiglas
di serie si viaggia tranquillamente almeno a 170, mentre
quello alternativo, leggermente più alto e più ampio (ma
comunque bello da vedere) devia meglio l’aria da spalle e
testa anche a 200 orari e oltre, almeno nel mio caso (sono
alto 1,76). Per quanto riguarda il passeggero, so dirvi solo
che si siede decisamente più in alto, ma la postura mi è
parsa buona, almeno da fermi. Quanto ai consumi, al ritorno
da nostro giro di oltre 200 km i computer di bordo delle
varie moto segnavano valori medi compresi tra i 14 e i 15
km/litro.
|